Amore tossico

Un amore così Gabriella proprio non lo meritava. Quando aveva conosciuto Zeno si era sentita trascinare tra le nuvole in un istante: i suoi capelli neri spettinati, gli occhi azzurri come ghiaccio e tutto il fascino proibito di quelle labbra sempre emaciate.
Certo non era senza difetti. Zeno era sempre in giro tra una festa, un concerto, un party: era circondato da donne e il suo cellulare non la smetteva mai di segnalare notifiche. Le prime settimane fatte di notti di sesso, di corpi sudati, di emozioni e di orgasmi tanto forti da far dimenticare qualsiasi cosa, convinsero Gabriella che tutto il resto sarebbe scomparso. Quando appoggiava la testa sul suo petto, sfiorando con le dita il suo corpo magro, Gabriella sapeva che presto sarebbe cambiato, sapeva che il loro amore l’avrebbe domato.
Sono passati quasi due anni da quei primi romantici momenti e Gabriella ora si trova sotto casa di Zeno, sola a piangere sotto la pioggia battente. Stringe al petto la sua borsa e sente che se la lasciasse andare tutti i suoi pensieri forse si perderebbero nel vento per sempre.
Gabriella ripensa ora alle notti passate ad aspettarlo, ai suoi messaggi visualizzati ma rimasti senza risposta, a quelle foto trovate sul suo cellulare, alle donne che continuava a vedere e in cima a ogni cosa si chiede perché l’abbia perdonato tutte le volte.

La prima ferita era arrivata quasi subito. Un giorno in cui lui era sotto la doccia lei aveva guardato nel cassetto del comodino a casa di lui e aveva trovato una scatola con quattro preservativi. Pochi giorni dopo ne erano rimasti solo tre. A quei tempi si vedevano da più di due mesi in modo esclusivo, o almeno lei non vedeva nessun altro. Quando gli aveva chiesto spiegazioni lui aveva risposto senza esitare:
«Me l’ha chiesto Fabri ieri. Te l’ho detto ieri c’erano qui un po’ di persone e lui voleva provarci con una».
«Chi?»
«Non so, non mi ricordo… Era una biondina amica di amici».

“Dovevo andarmene subito. Quel giorno stesso” sta pensando Gabriella “Perché non me ne sono andata? Lo sapevo che era una bugia” Eppure era rimasta. Ed era rimasta anche quella vota che dal suo cellulare erano saltate fuori alcune foto compromettenti. Avevano passato il week end fuori: tre giorni da soli in quella casa in mezzo agli alberi, senza parlare con nessuno, senza bisogno di niente tranne che guardarsi negli occhi e toccarsi. Eppure, poco prima di partire, il suo cellulare in carica nella stanza era stata una tentazione irresistibile. Le conversazioni Whatsapp erano sparite ma lo scambio di foto era rimasto: due di lei nuda e una di lui a petto scoperto subito dopo, come in risposta alle sue. Messo di fronte all’evidenza lui non aveva negato, ma le aveva giurato che non l’aveva mai conosciuta di persona e che si erano sentiti pochissime volte. “Era un periodo in cui ero confuso”, “Me ne sono pentito subito”,  “Non ha significato nulla” e “Ho cancellato persino il suo numero” avevano fatto il resto ed era arrivato il suo perdono.

Gabriella ha freddo ferma sotto la pioggia in piena notte ma non riesce a muoversi. Pensa che vorrebbe rimanere lì per sempre, o almeno finché non se ne andrà il dolore. Quanto tempo perso, mesi in cui credeva di costruire qualcosa e invece tutto le è scivolato dalle mani come sabbia, un tempo che nessuno le potrà ridare. “Tutte quelle feste, quella gente che vedeva, la droga con i suoi amici, dovevo capirlo. Che stupida sono stata” pensa Gabriella tra le lacrime. Lacrime amare, di un amore ferito perché lei stupida non lo è mai stata, anzi: splendida nei suoi 24 anni e con la laurea ormai alle porte, sentiva che tutto doveva andare per il meglio e continuava a cullare i suoi sogni di carriera e famiglia. Sogni che dovranno aspettare e che forse non torneranno più così belli. Tutto per quella stronza di Manuela.
Quella con Manuela era una storia assurda, un graffio che ancora brucia. “Come ho fatto a essere così stupida? Eppure lo sapevo… lo sapevo… Che razza di amore poteva essere?”
Non si capiva bene che lavoro facesse questa Manuela, neppure se ne avesse davvero uno a dire la verità, ad ogni modo la maggior parte degli eventi mondani della città passava da lei, o era coinvolta, o comunque presenziava. E presenziava molto anche nei pressi di Zeno che quando si ubriacava alle feste passava sempre un sacco di tempo a ridere con lei o a parlarle nell’orecchio. Già questi erano stati motivi di litigate estenuanti, tanto più che una volta Zeno aveva lasciato il suo profilo di Facebook connesso sul pc e lei aveva anche intravisto una lunga chat tra loro. Purtroppo nel poco tempo che aveva avuto a disposizione non era riuscita a leggere nulla, lui era tornato dal bagno e non aveva più avuto occasione. Proprio in quel periodo qualche mese prima, durante una festa aveva perso di vista Zeno. Nonostante le avesse promesso che non avrebbe bevuto si era ubriacato anche quella sera e così lei, furiosa, era uscita a fumare lasciandolo in mezzo agli altri.
Rientrando non riusciva più a trovarlo e dopo un vano cercare lo aveva visto uscire dalla porta del bagno, ridendo insieme a Manuela. Lo aveva guardato con gli occhi in fiamme e la morte dentro e se n’era andata via. Già sul pianerottolo le lacrime le rigavano il viso, ma anche in quel caso lo aveva perdonato.

«Ma che hai capito? Non abbiamo fatto nulla!»
«Mi hai tradita. Come hai potuto? Mi fai schifo!»
«Amore mio, non saltare alle conclusioni, lei… insomma lei aveva della roba. Abbiamo tirato una riga di cocaina insieme in bagno. Pochi secondi e siamo usciti, giuro».
«In questo caso mi fai ancora più schifo! Avevi detto che non avresti più preso la cocaina”
«Solo una volta, non capitava da mesi».

Era rimasta per più di una settimana senza vederlo né rispondergli in alcun modo, ma poi era ricaduta in quella spirale masochistica, il quel nero vortice di seduzione in cui i suoi occhi, le sue braccia, il suo odore la tenevano prigioniera togliendole quasi ogni capacità di giudizio.
Dopo quella volta il loro rapporto non era stato più lo stesso. Le sofferenze che lei ogni giorno sentiva di trascinare con sé erano molte di più delle gioie. Anzi quasi non ricordava un momento felice degli ultimi mesi. Lui continuava a bere, anche a drogarsi, a fare tardi e lei restava indifferente a vedere morire la loro storia, oppure litigavano e urlavano tutta la notte. Con l’unico risultato di allontanarsi ancora di più.

L’epilogo vissuto poche ore prima Gabriella però non lo avrebbe mai immaginato. Era andata da lui, erano d’accordo che avrebbero dormito insieme.
«Devo solo passare dal pub, un’oretta. Torno presto» le aveva detto.
«Ma come? Dovevamo cenare insieme»
«Lo so, lo so… scusami. È il compleanno di Lino. Passo solo a salutare aspettami qui!»
«Potevi dirmelo, me ne restavo per conto mio o uscivo a cena»
«No, no amore… stasera sei tutta mia! Stasera sarà speciale» E mentre lo diceva il suo sorriso e i suoi occhi sembravano quelli di tanto tempo fa. E Gabriella lo aveva aspettato. Un’ora. Due. Tre ore. Ma di lui nessuna traccia e non rispondeva neanche al telefono. E poi quella scena che Gabriella ricorderà per sempre.

Lei stesa sul letto la tv accesa luci spente occhi arrossati è tardi dal telefono ancora nessun segno. Non si sentono più i rumori della città, devono essere passate le tre. Lui dov’è? Gli è successo qualcosa? Devo chiamare qualcuno? Oddio non so che fare.
Lo richiama. Niente. Vado al pub, prendo un taxi. No, sarà già chiuso: se è ancora in giro sarà da qualche altra parte. Gabriella cammina per la casa guarda dalla finestra la strada deserta. Piove. Un urlo. È solo la tv. La spegne si stende non riesce a dormire, ma non riesce ad aprire gli occhi. Nella testa le immagini peggiori. Allunga una mano sente le scarpe sotto le dita. Potrei infilarle e andarmene non tornare più. Ma non lo fa.
Passano ancora i minuti. Una sirena la desta da un dormiveglia appiccicoso senza sogni. Guarda il cellulare, niente. Va in cucina è tutto buio appoggia la schiena al frigo si lascia scivolare fino a sedersi per terra. Un rumore sul pianerottolo. Voci risate. La porta. Stanno entrando. Il cuore le batte all’impazzata quando sente scattare la serratura, ma il rumore delle chiavi è familiare, non sono i ladri. È Zeno. Sta per sciogliersi nel pianto per il sollievo. Ma lui non è solo. Non può essere. Lui la vede come se non la riconoscesse. È ubriaco o peggio e attaccata a lui c’è una donna. È bionda, ha una gonna corta nera con le paillettes, è ridotta peggio di lui. Lei la vede, non capisce, continua a ridere.
I due si trascinano lungo il corridoio verso la stanza da letto, le passano accanto. Lui le sfiora la spalla si gira a guardarla ride ha gli occhi stravolti sembra un demone. Non si ferma va avanti. Scompare nel buio della stanza.

Come un automa lei prende la sua borsa e il cellulare e scende in strada sotto questa pioggia che continua a scorrerle addosso, non sa più da quanto tempo. Gabriella non dimenticherà più questa notte. Si sente stanca, distrutta, sporca. Lentamente si alza e inizia a camminare verso casa. All’angolo della via c’è la macchina di Zeno. È scura ma la riconosce facilmente. Si ferma a guardarla. Poi le sale la rabbia, cerca nella sua borsa freneticamente finché non le sente sotto le dita. Afferra le chiavi di casa e con i pugni serrati comincia a strisciarle sulla fiancata lasciando dei segni bianchi profondi ad ogni passaggio. I capelli bagnati le si incollano al viso, sta piangendo e si avventa con furia sulla lamiera. Nel giro di poco si accascia senza forze, si rialza e guarda la macchina. Un bel danno di sicuro, eppure guarda la sua opera indifferente: non prova alcuna soddisfazione. Il vuoto che ora sente dentro non può essere colmato così facilmente.

 

Photo by Gabriele Negri – Licenza Cc

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