Cosa vorrei leggere in questo blog

Curare un blog è un’esperienza affascinante. Poter scrivere, creare, condividere. Ascolti i pareri degli amici, scopri che ci sono persone che non si perdono un aggiornamento, cerchi sempre un modo per migliorarti, tanta gente è pronta a darti una mano. Poi Google comincia a proporti pubblicità tipo: “Scopri come avere un blog di successo”, “Come aumentare i visitatori sul tuo blog”, o ancora “Come guadagnare con un blog”. La cosa più importante per me è scrivere, sperando di divertire, intrattenere, indignare, far riflettere, aprire un dialogo. Su Club Demotivational questa settimana diamo spazio a una nostra amica lettrice che sull’argomento ha un punto di vista molto chiaro, ci chiede (per vari altri motivi) di restare anonima, ma non ha dubbi su…

Cosa vorrei leggere in questo blog

di A.A.

Quando Club Demotivational ha fatto la sua apparizione sul web, dove ormai la libertà di espressione sembra essere stata sostituita dalla libertà di polemica, ho provato a dargli fiducia. Come si fa con gli uomini, insomma. A suo dire, l’autore non voleva screditare l’amore – in cui afferma inspiegabilmente di credere – bensì indagare la natura di un atto, il tradimento, che gli pare quasi inevitabile. Voleva compiere una riflessione ad ampio respiro, supportata pure da dati scientifici, references esterne, statistiche, fatti di cronaca e quant’altro.
Così in effetti è stato. Però, c’è un però.

Scorrendo i post, ad esempio, non posso che notare che le vittime dei tradimenti narrati siano principalmente maschi. Lei si scopa il personal trainer. Lei fa la lasciva con un altro. Lei ha un amante fisso. Lei non sa di chi è incinta. Veri o presunti che siano questi aneddoti, è evidente che statisticamente suggeriscono una morale della favola (che di morale ha ben poco) tutt’altro che lusinghiera verso il gentil sesso: vatti a fidare delle donne. Il tutto, per chi si fosse perso la data di oggi, nel 2015. Ora, potremmo scegliere la strada facile e dire che i maschi sono tutti stronzi e le donne tutte troie, oppure potremmo fare una riflessione più intelligente, da cui il titolo di questo post: cosa vorremmo leggere su un blog che – teoricamente – vuole parlare di tradimento e non solo raccontare dei tradimenti?

Un blog che dica tutto

La prima cosa che vorrei leggere è onestà intellettuale anziché gossip. Vorrei capire, ad esempio, perché ancora oggi un tradimento da parte femminile fa notizia, mentre quello maschile no: è colpa del retaggio democristiano del nostro Paese che vuole una donna cornuta e contenta a casa, oppure è proprio un problema degli uomini? Se fossi maschio mi sentirei parecchio offeso dal fatto che un uomo che tradisce non stupisce nessuno. Sarei deluso dai “colleghi” – e ce ne sono tanti – che dicono che se un uomo intesse una qualsiasi interazione con una donna è solo perché se la vuole scopare. Che se una femmina pensa di avere un amico disinteressato, è un’ingenua. Che se un uomo, mentre passeggia a braccetto con la fidanzata, non si gira a guardare il culo di una gnocca (che sicuramente si vorrebbe scopare) è perché si sforza per non farsi rompere i coglioni dalla consorte. Sembra assurdo eppure a dire che gli uomini sono tutti uguali sono spesso gli uomini stessi, forse per giustificare le proprie nefandezze. Per fare squadra, branco primitivo, ché evolversi davvero, provare a fare la differenza, essere persone migliori è troppo impegnativo, poverini. Del resto se un uomo si comporta bene con una donna non è perché nutre rispetto/affetto/interesse per lei, è solo perché se la vuole scopare, chiaro.

Il momento in cui si sceglie di tradire

La seconda cosa che vorrei leggere è, appunto, la vera indagine sul tradimento annunciata dall’autore. Vorrei conoscere, ad esempio, i motivi di un paio di corna, non tanto le modalità. Capita spesso, a me per prima, di fare pettegolezzo su una coppia disintegrata o minacciata da un tradimento. Ci ridiamo su, ne parliamo come fosse un filmetto da poco, di quelli che vanno direttamente in tv senza manco passare dal grande schermo. La sofferenza dei protagonisti, insomma, non ci interessa minimamente, pensiamo che non ci riguardi. Ed è proprio qui che sbagliamo. Mai come oggi, in cui per alcuni versi (purtroppo solo alcuni) lo schema sociale anni Cinquanta della casalinga disperata è lontano, in cui uomini e donne – teoricamente – comunicano sullo stesso piano, i tradimenti degli altri e la loro sofferenza ci riguardano. Perché denunciano una fallibilità, un’incertezza, una paura, una precarietà che definiscono questo tempo, soprattutto la generazione degli -enta e degli -anta. Con le dovute eccezioni, per carità, mica voglio generalizzare io.
Vorrei dunque capire cos’è, in una storia, che fa arrendere le persone. Qual è il momento in cui si sceglie di tacere anziché confrontarsi. Di temere la reazione dell’altro anziché avere fiducia nella sua comprensione, laddove si voglia dire “Non mi sento più sicuro/a della nostra relazione”, o più semplicemente “Aiutami”. In un film di Mike Nichols, Natalie Portman, nello scoprire un tradimento, dice: “There’s a moment, there’s always a moment”. Il momento in cui si sceglie. Non tanto se essere fedeli o infedeli, ma se affidarsi alla persona che si dice di amare oppure voltarle le spalle.

Se questo è amore

La terza cosa che vorrei da questo blog è l’appendice di un tradimento, come quando al cinema appare in dissolvenza la scritta “un anno dopo”. Ridurre tutto a “si sono lasciati e si odiano a morte” oppure “pensa che stanno ancora insieme, ma come fanno?!” è a dir poco sterile e semplicistico. Certo, non possiamo entrare nella testa delle persone, ma sfruttare le loro vicende come spunto di ragionamento sì: non mi interessa ridere di due che – nonostante tutto – si frequentano ancora, voglio capire perché talvolta non siamo in grado di smettere di amare una persona che ci ha trattato male. Che ci ha umiliato, trascurato, ridotto ai minimi termini. Di cui non siamo in grado di fidarci, né mai lo saremo. Com’è possibile che l’amore vada oltre queste barriere? Ha senso chiamarlo amore? In un primo momento mi verrebbe da dire che si tratti solo di possesso, ma se una persona ha smesso di essere tua il tema del possesso non ha ragione d’essere. Forse allora è solo questione di autolesionismo, tanto caro a noi depressi cronici che non siamo mai andati in guerra eppure ci sentiamo vittime di questa era. In tal caso però dovrebbe esserci un rapporto completamente squilibrato, una parte che infligge e l’altra che subisce, e non è a questo che mi riferisco. Io parlo di quelle persone legate costantemente da un sentimento, sia esso – a fasi alterne – positivo o negativo. Dell’impossibilità di dimenticarsi, di lasciarsi andare. Da parte in causa, sono giunta all’ipotesi che si tratti semplicemente di paura, non tanto di restare soli quanto di provarci davvero. A fare la differenza, a stringere i denti, a compiere rinunce in nome dell’amore, pur senza la certezza che funzioni. Che non ci sia qualcun altro che lui o lei si vorrebbero scopare.

 

Photo: Closer movie scene

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